Taccuino "Terre Sommerse"

Taccuino "Terre Sommerse"

C’è una asprezza particolare nelle Torbiere del Sebino.
Non è il classico paesaggio da cartolina dove tutto è addomesticato.
È un ambiente quasi primordiale, un labirinto di terra e acqua nato dove un tempo l'uomo scavava la torba a mano.

Camminando in questa riserva dal pomeriggio al tramonto, ho provato una sensazione di spaesamento bellissimo.
I sentieri sono stretti, a tratti impervi. Si passa improvvisamente dal buio fitto del bosco a scorci aperti in cui la luce esplode, accecante, riflettendosi sull'acqua e sulle montagne circostanti.
Tutt'intorno, un silenzio denso, rotto solo dal fruscio degli altissimi canneti e dai richiami dei numerosi uccelli.

Mentre scattavo, ho capito che non mi bastava portare a casa delle fotografie.
Volevo un oggetto che restituisse l'essenza di quel paesaggio, la sua ruvidità, il suo contrasto tra luce e ombra.
Volevo tradurre l'aria della torbiera e delle sue terre sommerse in materia tangibile.

Così, tornato in laboratorio, ho deciso di costruire un taccuino.
Il compagno silenzioso di ogni viaggio.

Ma il viaggio, in realtà, è ricominciato proprio sul banco da lavoro.
La creazione di questo pezzo è stata lunga e ostinata, quasi uno specchio esatto dell'escursione tra le torbiere.
Ho voluto incidere sulla copertina in cuoio toscano il simbolo esatto di quell'ambiente: le canne di Phragmites con i loro ciuffi terminali.
Sentire la resistenza del cuoio sotto lo strumento d'incisione è stato come ripercorrere i contrasti di quei sentieri.

Per l'interno, ho progettato una struttura sartoriale e cruda: due tasche laterali pensate per accogliere semplici plichi di fogli A4 piegati a metà.
Una scelta funzionale, che permette al taccuino di essere ricaricato all'infinito, di non esaurirsi mai.

Ma è sulle pagine che fotografia e artigianato si sono fusi definitivamente.
Ho stampato le immagini scattate nella torbiera utilizzando l'antica tecnica della cianotipia.

E non l'ho fatto su una normale e sicura carta da acquerello.
Ho scelto la carta fatta a mano di Amalfi, che per sua natura è irregolare e non appositamente progettata per questo scopo.
È stata una lavorazione lenta e precaria.
La carta, bagnata e delicata, andava maneggiata con una cautela estrema per non distruggerla.
Attendere che il blu di Prussia emergesse lentamente dalle fibre, reagendo alla luce, è stato esattamente come aspettare il tramonto nascosto tra i canneti.

Le altre pagine sono rimaste bianche, ruvide, pronte ad accogliere l'inchiostro e i pensieri di chi lo userà.

Questo taccuino, nato da una mia personale urgenza, è diventato per me un manifesto.
È la prova tangibile di come un ricordo possa farsi materia pesante, di come un'esperienza vissuta possa trasformarsi in un oggetto da tenere tra le mani.

Se tutto questo ha suscitato in te un interesse per te stesso o per un regalo, puoi anche visitare la pagina del catalogo per un suo eventuale acquisto.

Vi racconto questa genesi per un motivo preciso.
Questo approccio non è un esercizio chiuso. È un metodo.

Immaginate un taccuino o un diario costruito in questo modo, ma sulle vostre coordinate.
Immaginate di affidarmi le immagini di un vostro viaggio, o di un luogo che per voi ha un significato profondo, per vederle stampate a mano foglio per foglio.
Immaginate i vostri simboli, o i dettagli della vostra storia, incisi a fuoco sulla copertina.

Non parlo di una semplice "personalizzazione" da catalogo, ma di un lavoro congiunto.

Se volete trasformare un vostro ricordo, o un regalo per una persona speciale, in un custode silenzioso fatto di cuoio e luce, il mio banco da lavoro è pronto ad accoglierlo.

Ci vorrà il tempo che serve, ma sarà un'opera solo vostra.